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Si
diverte, giocando. Gioca per divertire. Roberto De Zerbi, il
giocatore che eccita la fantasia dei napoletani, è capitato nel
posto giusto al momento giusto. Al San Paolo stavano aspettando
proprio uno come lui. Abituati ai numeri di Maradona e Zola, ma
anche alle prodezze di Di Canio e Benny Carbone, per anni avevano
atteso invano un giocatore che sapesse andarsene in dribbling,
fornire assist, indirizzare i calci da fermo nel sette della porta
avversaria. A De Zerbi, non ancora al massimo dei giri, è bastato
poco per stregare una folla ormai stanca di vedere un calcio
piatto, scontato, senza più lampi di genio: un paio di numeri contro
l’Inter e la Juve durante il trofeo Moretti, assist con il
Frosinone, un servizio al bacio per Bucchi con la Juve in Coppa
Italia e un altro ancora per lo stesso compagno con il Treviso
oltre a tocchi di classe pura nel corso della stessa gara. Può dare
di più, chi ha avuto modo di seguirne la maturazione negli ultimi
quattro campionati (3 a Foggia, 1 ad Arezzo, 1 a Catania) sa che De
Zerbi, specie se trova la situazione tattica ideale, è capace di
esaltarsi a tal punto da trascinare da solo la propria squadra
alla vittoria. A chi si domanda come mai un bresciano possieda
tanto estro e gusto per la giocata alla sudamericana, replica: «
Mio padre è originario di Oppido Mamertina nel Parco Nazionale dell’Aspromonte
e nelle mie vene scorre anche un po’ di sangue sudista ». Suo padre
Alfredo gestisce un ristorante a Brescia. Quando seppe che Roberto
era passato al Napoli offrì pizza e birra ai tanti napoletani che
risiedono da qualle parti, tanta la gioia. Immaginava che nel
tempio che fu di Maradona e Zola, suo figlio si sarebbe esaltato
ancora più di Foggia dove aveva contribuito ad una promozione in
C1 o di Catania dove era stato decisivo per la conquista della serie
A. E sempre con lo stesso allenatore: Pasquale Marino. Aveva sei
anni quando in compagnia del papà andò a vedere un Brescia-Napoli,
innamorandosi di quel riccioluto di nome Maradona che saltava
avversari come birilli. Poi, dall’oratorio passò al settore
giovanile del Milan alla dipendenze di Mauro Tassotti e qui amava
spiare le serpentine di Boban o quelle di Savicevic. Ma cominciava
ad ammirare anche le sforbiciate di Roberto Mancini, le punizioni
di Maradona. E poi, l’ascesa di Gianfranco Zola. A De Zerbi sono
sempre piaciuti i calciatori di talento, i numeri “10' famosi,
anche se si reputa più attaccante che trequartista. A Foggia lo
chiamavano “la luce” ma lui è così estroverso in campo quanto
taciturno fuori. Teme l’eccessiva euforia della gente che lo
circonda anche se fa di tutto per alimentarla. La teme perché ha
sofferto troppo prima di esplodere. C’è tanta gavetta nella sua
carriera. Ed anche troppi contrattempi. Per due anni, dal 2000 al
2002, ha dovuto lottare contro un malanno al ginocchio destro.
Temeva di smettere con il calcio. Poi, l’intervento, il recupero
atletico, l’incontro con l’allenatore Marino, l’estrinsecazione
delle sue doti tecniche. Al suo fianco hanno realizzato gol a
raffica anche i compagni, Del Core, Abbruscato, Spinesi. Ed oggi
sono pronti alle abbuffate, Cristian Bucchi ed Emanuele Calaiò.
E’ sposato con Elena, di origini olandesi, hanno due figli,
Elisabetta e Alfredo. Ha trovato casa a Posillipo, vista mare. Il
suo hobby è rivedere al videotape le imprese dei numeri 10 famosi.
Di Maradona sa quasi tutto ormai ma è persino contento che quella
maglia sia stata ritirata. Troppa responsabilità. Meglio la “20'
anche se la voglia di accendere il San Paolo è la stessa. |