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Ha stregato il San Paolo...

Martedì

12 Settembre 2006

Si diverte, giocando. Gioca per divertire. Roberto De Zerbi, il giocatore che eccita la fantasia dei napoletani, è capitato nel posto giusto al momento giu­sto. Al San Paolo stavano aspet­tando proprio uno come lui. Abi­tuati ai numeri di Maradona e Zo­la, ma anche alle prodezze di Di Canio e Benny Carbone, per anni avevano atteso invano un giocato­re che sapesse andarsene in drib­bling, fornire assist, indirizzare i calci da fermo nel sette della por­ta avversaria. A De Zerbi, non anco­ra al massimo dei giri, è bastato poco per strega­re una folla ormai stan­ca di vedere un calcio piatto, scontato, senza più lampi di genio: un paio di numeri contro l’Inter e la Juve duran­te il trofeo Moretti, as­sist con il Frosinone, un servizio al bacio per Bucchi con la Juve in Coppa Italia e un altro ancora per lo stesso compagno con il Trevi­so oltre a tocchi di clas­se pura nel corso della stessa gara. Può dare di più, chi ha avuto mo­do di seguirne la maturazione ne­gli ultimi quattro campionati (3 a Foggia, 1 ad Arezzo, 1 a Catania) sa che De Zerbi, specie se trova la situazione tattica ideale, è capace di esaltarsi a tal punto da trasci­nare da solo la propria squadra al­la vittoria. A chi si domanda come mai un bresciano possieda tanto estro e gusto per la giocata alla su­damericana, replica: « Mio padre è originario di Oppido Mamertina nel Parco Nazionale dell’Aspro­monte e nelle mie vene scorre an­che un po’ di sangue sudista ». Suo padre Alfredo gestisce un risto­rante a Brescia. Quando seppe che Roberto era passato al Napoli offrì pizza e birra ai tanti napoletani che risiedono da qualle parti, tan­ta la gioia. Immaginava che nel tempio che fu di Maradona e Zola, suo figlio si sarebbe esaltato anco­ra più di Foggia dove aveva con­tribuito ad una promozione in C1 o di Catania dove era stato decisivo per la conquista della serie A. E sempre con lo stesso allenatore: Pasquale Marino. Aveva sei anni quando in com­pagnia del papà andò a vedere un Brescia-Napoli, innamorandosi di quel riccioluto di nome Maradona che saltava avversari come birilli. Poi, dall’oratorio passò al settore giovanile del Milan alla dipenden­ze di Mauro Tassotti e qui amava spiare le serpentine di Boban o quelle di Savicevic. Ma comincia­va ad ammirare anche le sforbi­ciate di Roberto Mancini, le puni­zioni di Maradona. E poi, l’ascesa di Gian­franco Zola. A De Zerbi sono sempre piaciuti i calciatori di talento, i numeri “10' famosi, an­che se si reputa più at­taccante che trequarti­sta. A Foggia lo chiama­vano “la luce” ma lui è così estroverso in cam­po quanto taciturno fuo­ri. Teme l’eccessiva euforia della gente che lo circonda anche se fa di tutto per alimentarla. La teme perché ha sof­ferto troppo prima di esplodere. C’è tanta ga­vetta nella sua carriera. Ed anche troppi contrattempi. Per due anni, dal 2000 al 2002, ha dovuto lottare contro un malanno al ginocchio destro. Temeva di smettere con il calcio. Poi, l’intervento, il recupe­ro atletico, l’incontro con l’allena­tore Marino, l’estrinsecazione del­le sue doti tecniche. Al suo fianco hanno realizzato gol a raffica an­che i compagni, Del Core, Abbru­scato, Spinesi. Ed oggi sono pron­ti alle abbuffate, Cristian Bucchi ed Emanuele Calaiò.
E’ sposato con Elena, di origini olandesi, hanno due figli, Elisabetta e Alfredo. Ha trovato casa a Posillipo, vista mare. Il suo hobby è rivedere al videotape le imprese dei numeri 10 famosi. Di Marado­na sa quasi tutto ormai ma è per­sino contento che quella maglia sia stata ritirata. Troppa respon­sabilità. Meglio la “20' anche se la voglia di accendere il San Paolo è la stessa.

Fonte: Corriere dello Sport

 

 

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