Il Napoli, i suoi vizi e le virtù, le ragioni
d’una partita nata e finita storta. Il Napoli e il giudizio degli
esperti. Tre. Tre allenatori: Bolchi, Ventura e Fascetti maestri
in promozioni (undici) dalla B alla A. E visto da vicino (Ventura
era in tribuna) oppure da lontano (Bolchi e Fascetti spettatori
davanti alla tv), il Napoli ha convinto poco pure loro. «Perché ha
perso? Perché ha trovato una squadra che meglio di lui ha saputo
fare la partita», dice Fascetti nel suo ruvido realismo. «Il fatto
è - aggiunge - che il Napoli è sì una buona squadra, ma non tanto
da ammazzare il campionato. Se non capisce questo, se non capisce
come stanno le cose per davvero saranno delusioni». Poche e
sentitissime parole. Com’è, del resto, nello stile di un
allenatore, di un uomo, che ha sempre amato poco prendere alla
larga gli argomenti. «Perché ha perduto? No, non credo alla
presunzione. Non credo che dopo i successi in coppa Italia e il
buon avvio in campionato si sia sentito forte all’improvviso. È
stato sconfitto - spiega Ventura - perché non ha avuto il
carattere, la rabbia, la determinazione per vincere una gara
ch’era alla sua portata. Diciamocelo francamente: il Napoli è più
forte del Piacenza, ma non l’ha dimostrato». Per Bruno «Maciste»
Bolchi, invece, un po’ di presunzione ci può stare. «Del resto -
afferma - se lo dicono gli stessi giocatori vuol dire che è così.
L’importante è averlo capito. La prossima volta non sbaglieranno
più». E il modulo? È quello giusto? il Napoli lo può sopportare
sempre e ovunque? «Reja è un bravo ed esperto allenatore. Starà a
lui capire, valutare, decidere, se il disegno tattico con due
punte e un trequartista, che diventano spesso tre attaccanti, è
sempre quello giusto oppure no. Magari in casa può andar bene, sì,
ma in trasferta forse un po’ di prudenza in più potrebbe tornar
bene». Chiaro. Chiarissimo. E Ventura cosa pensa? È per disegnarsi
così tanto d’attacco che il Napoli perde l’equilibrio? «Questa -
spiega l’ex allenatore azzurro - è la storia della coperta corta.
La tiri davanti e ti scopri di dietro. Insomma, se il Napoli vuole
permettersi Bucchi, Calaiò e De Zerbi in campo tutti assieme,
inevitabilmente prende rischi lasciando spazi larghi agli
avversari». E allora? «E allora Reja deve valutare se il gioco
vale la candela. Perché una cosa è certa: tutti, come ha fatto già
il Piacenza, proveranno a sfruttare il punto debole della squadra
azzurra». Stringato, asciutto il pensiero di Fascetti. «Con due
punte e un trequartista non si può che giocare come gioca il
Napoli», dice. E allora il problema dove sta? «Non lo so. So,
però, che nel calcio i successi si costruiscono sulle difese
forti. Incassare pochi gol e dare continuità ai risultati: questo
è tutto». Che se non è un invito a cambiare, di sicuro è una
spinta verso una maggiore copertura, no? Comunque sia, con la
sconfitta di Piacenza il Napoli ha rimesso i piedi a terra. Napoli
che ha tanti pregi, ma anche un mucchio di difetti. Ma che cosa
gli manca per non rischiare troppo? «Gli farebbe comodo un uomo
esperto in mezzo al campo. Non ce l’ha. E allora non pensi
d’essere il più bravo - dice Bolchi -. Capisca in fretta, che la
serie B è diversa dalla A. Si convinca che in questo campionato le
squadre sono tutte uguali, che non c’è mai troppa differenza e che
se lasci qualcosa all’avversario lo paghi caro e amaro». Giusto.
Com’è giusto il ragionamento di Fascetti. «Il Napoli deve
abituarsi a ragionare in questo modo: un punto, anche un punto
solo è sempre buono. Anche in tempi in cui la vittoria vale tre
volte tanto. Per me tre pareggi in tre partite valgono assai più
d’una vittoria e due sconfitte». Capito: a Piacenza avrebbe fatto
meglio ad accontentarsi. Quanto meno si sarebbe risparmiato
critiche e amarezze. A Ventura l’ultima parola. «Che cosa manca a
questa squadra? Manca la rabbia, la voglia di vincere davvero.
Manca la mentalità vincente che l’aveva fatto grande in serie C.
Con le potenzialità che ha, se ritroverà quell’agonismo che aveva
l’anno scorso non avrà avversari. Altrimenti...»